Dopo la cocente delusione per il romanzo "Dolce come il miele" di Jennifer L. Armentrout, mi sono messa subito alla ricerca di un altro volume da leggere, per risollevarmi il morale e cacciare via l'amaro che mi era rimasto in bocca. Sì, insomma, non mi è proprio paciuto! E navigando in rete e sbirciando tra i vari commenti mi sono imbattuta in "Black Ice" di Becca Fitzpatrick. La trama mi ha conquistato fin da subito, così come il cognome dell'autrice, che mi ricorda molto Fitzgerald, creatore de "Il grande gatsby".
Ho lasciato passare qualche giorno dal termine della lettura per rispolverare i pensieri e per commentare il romanzo a mente lucida, senza l'influenza dell'euforia iniziale che mi aveva pervasa a fine lettura. Quindi, eccomimi qui!
Siamo a Jackson Hole, Wyoming, e la diciasset'enne Britt si accinge a percorrere i monti Teton zaino in spalla. Ad accompagnarla in quest'impresa ci saranno Korbie, la sua migliore amica, con il fidanzato Bear, e Calvin, l'ex ragazzo di Britt.
Calvin. Il grande amore della sua vita. L'unico motivo per cui Britt desidera fare quell'escursione. Dimostrare a Calvin di essere cambiata e fargli rimpiangere di averla lasciata. Ma Calvin non è entusiasto per l'escursione, e cerca in ogni modo di dissuaderla a rivedere i suoi piani per le vacanze di primavera. Perchè? Lui che ama le escursioni sul Teton! Che nasconda qualcosa?
Il giorno della partenza, come vi è scritto nella trama, Britt e Korbie vengono sorprese dal mantempo. Una tormenta di neve si abbatte sulla loro jeep, e le due ragazze sono costrette ad abbandonare il veicolo sulla strada, e cercare aiuto per non morire assiderate. Durante la ricerca di un riparo, trovano inaspettatamente una baita abitata da due giovani ragazzi. Uno gentile e affabile, pronto a soccorlele, l'altro scorbutico e molto restio a farle entrare in casa. Qual è il motivo di questo strano comportamento? Perchè il giovane non vuole aiutare due fanciulle che, senza un posto caldo dove rifugiarsi, potrebbero morire? Forse, che stia cercando di salvarle da qualcosa di inaspettato? O...
Titolo: Black Ice
Autore: Becca Fitzpatrick
Editore:
Piemme Data di uscita:
7 ott 2014 Prezzo:
€17,50 Pagine:
480
Trama:
Britt si è preparata per più di un anno a un trekking sul Teton Range. Quello a cui non era preparata, però, è scoprire che Calvin, il suo ex ragazzo e unico grande amore, si unirà a lei. Prima che Britt abbia tempo di esplorare i propri sentimenti, si scatena una terribile tormenta che la obbliga a rifugiarsi in una baita sperduta. Peccato che gli occupanti, entrambi giovani e molto affascinanti, siano anche due fuggitivi decisi a prenderla in ostaggio. Britt sa che la conoscenza dei sentieri e l’attrezzatura da trekking che ha con sé rappresentano la sua assicurazione sulla vita, e che deve solo resistere abbastanza a lungo perché Calvin la raggiunga, eppure…
In una disperata corsa contro il tempo e il freddo, Britt scoprirà che sotto la neve si nascondono moltissimi segreti e che forse il suo rapitore, la cui gentilezza è decisamente seducente, non è quello che sembra.
So. Quindi. Vi ho già detto che sono tornata e che ne sono molto felice, ora però devo rimettermi in pari con le pubblicazioni e con le rubriche! Accidenti che faticaccia e devo ancora terminare di scrivere la mia recensione di "Lacrime di Cera" di Liliana Marchesi. Ce la farò non preoccupatevi!!!Comunque andiamo con calma e oggi inizio con il pubblicare la rubrica settimana del sabato, Assaggi di lettura. Per questo settimo appuntamento ho deciso di postarvi il primo capitolo di un romanzo che sicuramente inizierò a leggere stasera, o dopo aver terminato la stesura del post, "L'estate nei tuoi occhi" di Jenny Han. Ho comprato questo volume prima di partire, lasciandolo appoggiato sul comodino a prendere polvere per troppo tempo. Penso proprio che sia arrivato il momento di aprirlo. Voi che dite?
L'estate nei tuoi occhi
Jenny Han
Piemme
N. pagine 306
Belly misura il tempo in estati. Tutto ciò che di bello e magico è successo nella sua vita, è successo fra giugno e agosto. L'inverno è solo il periodo che la divide dalla prossima estate, dalla casa sulla spiaggia e da Susannah che, oltre a essere la migliore amica di sua mamma, è anche la madre di Jeremiah e Conrad. Loro sono gli amici con i quali è cresciuta: uno è il ragazzo su cui contare, l'altro è quello che ti fa battere il cuore. Questa estate però sarà un'estate speciale, perché sta per accadere quello che Belly sogna da sempre, e che sembrava non sarebbe mai accaduto...
BREVE ESTRATTO
«Non riesco a credere che tu sia qua.»
Timidamente, dice: «Neppure io». E poi esita: «Sei ancora convinta di voler venire con me?».
Non riesco a credere che debba chiedermelo. Io, con lui, andrei ovunque. «Sì» gli rispondo. Ho l’impressione che non esista altro all’infuori di quella parola, di quell’attimo. Ci siamo soltanto noi. Tutto ciò che è successo in quest’estate, e nelle estati precedenti, ci ha portati fino a qua. A ora.
Capitolo 1
Eravamo in viaggio da settemila anni. O, per lo meno, era quella l’impressione che avevo. Mio fratello, Steven, guidava più piano della nonna. Ero seduta di fianco a lui, sul sedile del passeggero, con i piedi sul cruscotto. Nel frattempo, mia madre era crollata sul sedile posteriore. Nonostante dormisse, pareva vigile, come se da un momento all’altro avesse potuto svegliarsi e dirigere il traffico.
«Accelera» dissi a Steven, dandogli una gomitata sul braccio. «Sorpassiamo quel ragazzino in bici.»
Steven mi allontanò con un’alzata di spalle. «Mai disturbare il conducente» mi disse. «E togli quei piedi luridi dal mio cruscotto.»
Mossi le dita. A me parevano piuttosto puliti. «Il cruscotto non è tuo. Presto questa macchina passerà a me, lo sai.»
«Se mai riuscirai a prendere la patente» scherzò lui. «Le persone come te non dovrebbero avere il permesso di guidare.»
«Ehi, guarda» dissi, indicando fuori dal finestrino. «Quel tizio sulla sedia a rotelle ci ha appena sorpassato!»
Steven mi ignorò, perciò iniziai ad armeggiare con la radio. Una delle cose che più mi piacevano delle vacanze erano le stazioni radiofoniche. Le conoscevo quanto quelle di casa, e quando ascoltavo Q94 sapevo di essere là, al mare.
Trovai la mia stazione preferita, quella che trasmetteva di tutto, dalla musica pop, ai vecchi successi, all’hip-hop. Tom Petty stava cantando Free Fallin’. Cantai con lui. «She’s a good girl, crazy ’bout Elvis. Loves horses and her boyfriend too.»
Steven allungò la mano per cambiare stazione e io gliela respinsi con una pacca. «Belly,» disse «la tua voce mi fa venire voglia di schiantarmi contro un albero.» Finse di sbandare a destra.
Cantai a voce ancora più alta, svegliando mia madre, che si mise pure lei a cantare. Avevamo entrambe delle voci terribili e Steven scosse la testa con fare disgustato. Odiava trovarsi in minoranza. Era questo a scocciargli di più riguardo al divorzio dei nostri genitori: essere l’unico maschio, senza papà che prendesse le sue parti.
Attraversammo la città lentamente, e nonostante avessi appena preso in giro Steven per questo, non mi dispiacque affatto. In quel momento, adorai la sua guida. Rivedere la città, il chiosco Il Granchio di Jimmy, il minigolf, tutti i negozi di surf. Fu come tornare a casa dopo essere stata lontana per un lungo, lunghissimo tempo. Avevo davanti un milione di aspettative per l’estate e per ciò che sarebbe potuto accadere.Man mano che ci avvicinavamo alla casa, il cuore prese come al solito a battermi forte in petto. C’eravamo quasi.
Abbassai il finestrino e m’immersi nell’atmosfera. L’aria aveva lo stesso sapore, lo stesso odore. Il vento che mi appiccicava i capelli, la salata brezza marina. Era tutto perfetto, quasi stesse aspettando il mio arrivo.
Steven mi diede di gomito. «Stai pensando a Conrad?» mi domandò in tono beffardo.
Una volta tanto la risposta era no. «No» dissi bruscamente.
La mamma infilò la testa tra i due sedili anteriori. «Belly, ti piace ancora Conrad? Da quello che avevo visto l’estate scorsa, credevo ci fosse qualcosa tra te e Jeremiah.»
«Che cosa?! Tu e Jeremiah?» Steven parve nauseato. «Cosa è successo tra te e Jeremiah?»
«Niente» risposi a entrambi. Sentii il rossore salirmi dal petto. Desiderai essere già abbronzata, per poterlo nascondere. «Mamma, il fatto che due persone siano buone amiche non vuol dire che tra loro ci sia qualcosa. Per favore, non tirare più in ballo questo discorso.»
Mia madre tornò ad appoggiarsi al sedile posteriore. «D’accordo» disse. Nella sua voce c’era una nota perentoria che Steven non sarebbe riuscito a spezzare.
Ma siccome era Steven, ci provò lo stesso. «Cosa è successo tra te e Jeremiah? Non puoi dire una cosa di questo genere e non dare spiegazioni.»
«Piantala» gli dissi. Raccontargli qualcosa gli avrebbe soltanto dato argomenti per prendermi in giro. E a ogni modo, non c’era niente da raccontare. Proprio niente.
Conrad e Jeremiah erano i ragazzi di Beck. Beck era Susannah Fisher, da nubile Susannah Beck. Mia madre era l’unica a chiamarla Beck. Si conoscevano da quando avevano nove anni. Dicevano di essere sorelle. E avevano cicatrici a provarlo: segni identici sui polsi, a forma di cuore.
Susannah mi raccontò che quando nacqui capì che ero predestinata a uno dei suoi ragazzi. Secondo lei, era scritto nelle stelle. Mia madre, che solitamente non si appassionava a quel genere di cose, rispose che sarebbe stato perfetto, a patto che prima di sistemarmi avessi avuto per lo meno qualche altra storia d’amore. In realtà, disse «qualche altro innamorato» ma quell’espressione mi mise i brividi. Susannah mi mise le mani sulle guance e concluse: «Belly, ti do la mia benedizione. Non sopporterei che fosse un’altra a portarmi via i ragazzi».
Andavamo alla casa al mare di Susannah a Cousins Beach ogni estate fin da quando ero piccola, addirittura prima che nascessi. Per me, Cousins Beach non era tanto la città, quanto piuttosto la casa. La casa era il mio mondo. Avevamo il nostro tratto di spiaggia, tutto per noi. La casa estiva era fatta di molte cose. Il porticato che attraversavamo di corsa, le caraffe di tè freddo, i bagni serali in piscina, ma soprattutto... i ragazzi.
Mi ero sempre domandata che aspetto avessero i ragazzi a dicembre. Provavo a immaginarmeli avvolti in sciarpe pesanti e maglioni a collo alto, con le guance arrossate, di fianco a un albero di Natale, ma l’immagine appariva sempre finta. Non conoscevo il Jeremiah invernale o il Conrad invernale, ed ero invidiosa di chiunque, al contrario mio, sapesse com’erano. Io li vedevo con le infradito, i nasi scottati, i costumi da surf e la sabbia. Ma se pensavo alle ragazze del New England con cui giocavano a palle di neve nei boschi... Quelle che si rannicchiavano contro di loro in attesa che l’auto si riscaldasse, quelle a cui prestavano il cappotto quando fuori faceva freddo. Be’, Jeremiah, forse. Non Conrad. Conrad non lo avrebbe mai fatto; non era nel suo stile. A ogni modo, non mi sembrava giusto.
Durante l’ora di storia restavo seduta accanto al termosifone a domandarmi che cosa stessero facendo, se anche loro, da qualche parte, si stavano riscaldando i piedi. E contavo i giorni che mancavano all’estate. Per me, l’inverno non contava quasi. Era l’estate ad avere importanza. Tutta la mia vita era misurata in estati. Era come se iniziassi a vivere da giugno, arrivando su quella spiaggia, in quella casa.
Conrad era il più grande, di un anno e mezzo. Era scuro, scurissimo. Totalmente irraggiungibile, inaccessibile. Aveva una bocca dal sorriso compiaciuto, che mi ritrovavo sempre a fissare. Una di quelle bocche che ti fanno venire voglia di baciarle, lisciarle, per cancellare quel compiacimento. O forse non si desidera cancellarlo... ma controllarlo in qualche modo. Renderlo proprio. Era esattamente ciò che desideravo fare con Conrad. Renderlo mio.
Jeremiah, invece... era mio amico. Era carino con me, il genere di ragazzo che abbracciava ancora la madre, che voleva ancora tenerle la mano anche se, tecnicamente, era troppo grande per farlo. Non era neppure imbarazzato. Jeremiah Fisher era troppo impegnato a divertirsi per trovare il tempo di provare imbarazzo.
Scommettevo che Jeremiah avesse più amici di Conrad a scuola. Scommettevo che alle ragazze piacesse di più. Scommettevo che se non fosse stato per il football, Conrad non sarebbe stato niente di che. Sarebbe stato il tranquillo, lunatico Conrad, non un dio del football. E la cosa mi piaceva. Mi piaceva che Conrad preferisse starsene da solo, a suonare la chitarra. Come se fosse superiore a tutte quelle stupidaggini scolastiche. Mi piaceva pensare che se Conrad avesse frequentato la mia scuola, non avrebbe giocato a football, sarebbe stato sulla rivista letteraria e avrebbe notato una come me.
Quando finalmente ci fermammo con l’auto davanti casa, Jeremiah e Conrad erano seduti sotto al portico. Io mi sporsi verso Steven e suonai due volte il clacson, cosa che nel nostro linguaggio estivo significava: “Venite ad aiutarci con le borse, subito”.
Conrad adesso aveva diciott’anni. Era passato da poco il suo compleanno. Incredibilmente, era più alto rispetto all’estate precedente. Aveva i capelli tagliati corti e più scuri che mai. Al contrario di quelli di Jeremiah, che si erano allungati, facendolo sembrare un tantino irsuto ma in senso buono, come un tennista degli anni Settanta. Quando era più piccolo, aveva dei riccioluti capelli biondi, d’estate quasi color platino. Jeremiah odiava i suoi riccioli. Per un po’, Conrad lo aveva convinto che fossero le croste dei sandwich a far venire i riccioli, così Jeremiah aveva smesso di mangiarle, lasciando che fosse Conrad a farlo. Crescendo, però, i capelli di Jeremiah si erano fatti sempre meno ricci e più ondulati. Mi mancavano, i suoi riccioli. Susannah lo chiamava «il suo angioletto», e in effetti, un tempo, lo sembrava, con le sue guance rosa e i riccioli. Le guance rosee le aveva ancora.
Jeremiah portò le mani alla bocca e gridò: «Steve!».
Io restai seduta in macchina a osservare Steven che si avvicinava a loro a passo lento e li abbracciava alla maniera dei maschi. L’aria aveva odore di sale e umidità, come se da un momento all’altro potesse piovere acqua di mare. Finsi di essere impegnata ad allacciarmi le scarpe, ma in realtà desideravo soltanto avere un attimo per guardare i ragazzi e la casa, in privato. La casa era grande, grigia e bianca, ed era più o meno come tutte le altre case lungo la via, ma migliore. Era esattamente come credevo dovesse essere una casa al mare. Accogliente.
A quel punto scese di macchina anche mia madre. «Ehi, ragazzi. Dov’è vostra madre?» disse a gran voce.
«Ciao, Laurel. Mamma sta facendo un sonnellino» rispose Jeremiah. Di solito, Beck si precipitava fuori di casa nell’istante stesso in cui parcheggiavamo.
Mia madre li raggiunse a grandi passi e li abbracciò entrambi, forte. L’abbraccio di mia madre era energico e saldo quanto la sua stretta di mano. Poi scomparve in casa con gli occhiali da sole sulla testa.
Io uscii dalla macchina e mi misi la borsa a tracolla. In un primo momento, i ragazzi non mi videro neppure arrivare. Dopo, però, se ne accorsero. Eccome. Conrad mi lanciò una rapida occhiata, di quelle che lanciano i ragazzi quando sono a passeggio. Non mi aveva mai guardata così in tutta la mia vita. Mai. Sentii salire di nuovo il rossore che avevo provato in macchina. Jeremiah, dal canto suo, reagì a scoppio ritardato. Mi guardò come se non mi avesse neppure riconosciuta. Tutto ciò accadde nel giro di circa tre secondi, ma mi parve un’eternità.
Conrad mi abbracciò per primo, ma in un modo distante, attento a non avvicinarsi troppo. Siccome aveva da poco tagliato i capelli, la pelle attorno alla nuca era rosa e fresca, come quella di un neonato. Profumava d’oceano. Profumava di Conrad. «Mi piacevi di più con gli occhiali» mi disse, avvicinando le labbra all’orecchio.
Mi punse nel vivo. Lo respinsi e dissi: «Be’, pazienza. Non ho alcuna intenzione di togliermi le lenti a contatto».
Mi sorrise, e il suo sorriso fu... semplicemente penetrante. Succedeva ogni volta. «Credo che te ne siano spuntate altre» continuò, picchiettandomi sul naso. Sapeva quanto mi mettessero a disagio le lentiggini e nonostante questo ogni volta mi prendeva in giro.
Poi fu Jeremiah a stringermi, sollevandomi quasi da terra. «La piccola Belly è cresciuta» esultò.
Risi. «Mettimi giù» gli ordinai. «Puzzi di sudore.»
Jeremiah rise forte. «Sei sempre la stessa» rispose, ma mi fissava come se non ne fosse sicuro. Piegò la testa da un lato e disse: «Eppure c’è qualcosa di diverso, in te, Belly».
Mi preparai a ricevere una frecciata. «Che cosa? Ho le lenti a contatto.» Neppure io ero ancora abituata a vedermi senza occhiali. La mia migliore amica, Taylor, aveva cercato di convincermi a usare le lenti fin dalla prima media, e alla fine le avevo dato ascolto.
Sorrise. «Non è quello. Sei diversa, tutto qua.»
Allora tornai alla macchina e i ragazzi mi seguirono. Scaricammo di fretta l’auto e, non appena finimmo, presi la mia valigia e lo zaino, e andai direttamente nella mia vecchia camera da letto. La mia stanza era quella di Susannah quando era bambina. Aveva una sbiadita carta da parati e della mobilia bianca. C’era un carillon che amavo. Quando lo aprivi, c’era una ballerina che danzava al ritmo della colonna sonora di Romeo e Giulietta, nella versione cinematografica degli anni Sessanta. Là tenevo i miei gioielli. Nella mia stanza, tutto era vecchio e sbiadito, ma mi piaceva. Avevo l’impressione che le pareti, il letto a baldacchino, e soprattutto quel carillon, potessero nascondere dei segreti.
Rivedere Conrad, essere guardata in quel modo da lui, mi aveva lasciato senza fiato. Afferrai l’orso bianco di peluche sul cassettone e lo strinsi forte al petto. Si chiamava Junior Mint, abbreviato in Junior. Mi sedetti con Junior sul letto. Il cuore mi batteva talmente forte che riuscivo a sentirne il rumore. Tutto era come sempre, eppure non lo era. Mi avevano guardata come se fossi una ragazza vera e non semplicemente la sorellina di un amico.
Che ne pensate?
Qualcuno
di voi ha letto il romanzo? Me lo consigliate?
Lo so sono imperdonabile, sono sparita per ben due settimane senza pubblicare alcunché :( Dovete scusarmi, ma ho dovuto risolvere dei problemi familiari. Ora va tutto bene, infatti eccomi qui a riprendere la normale pubblicazioni di recensioni e rubriche. Inizio subito con la pubblicazione della recensione di Across the universe di Beth Revis, letto circa un mese fa. Sperando di farmi perdonare!
Titolo: Across the Universe
Autore: Revis Beth
Editore: Piemme
Amy è una passeggera ibernata sulla navicella spaziale Godspeed. Ha lasciato il suo ragazzo e gli amici sulla Terra ed è partita con i genitori: si risveglieranno dopo trecento anni su un nuovo pianeta da colonizzare, Centauri. Ma qualcosa è andato storto: qualcuno ha cercato di ucciderla, risvegliandola dal suo sonno protetto. E così Amy si ritrova a dover passare senza la sua famiglia ancora cinquant'anni sull'enorme navicella spaziale, in balia di sconosciuti tra cui si nasconde un assassino che vuole scongelare tutti gli scienziati a bordo, compresi i suoi genitori. L'unico che sembra dalla sua parte è Elder, un ragazzo che presto diventerà il capo della navicella spaziale, e che per quanto sia potentemente attratto dalla sua singolare bellezza, cerca di proteggerla dal resto della comunità e dallo strapotere di Eldest, il capo. Ma Amy può davvero fidarsi di Elder? E quello che prova per lui la aiuterà, o sarà solo un ostacolo alla sua sopravvivenza sulla Godspeed?
RECENSIONE
Images of broken light which dance
before me like a million eyes,
That call me on and on across
the
universe... Nothing's gonna change my world
LENNON MCCARTNEY
Amy, la protagonista del racconto, è stata ibernata con i suoi genitori sulla Goodspeed. Un nave generazionale diretta verso un pianeta del sistema Centauri, scoperto dalla NASA qualche anno prima che Amy nascesse. La loro missione è Terra-formare il nuovo pianeta. Un pianeta piatto, uniforme e - secondo la sonda inviata prima della partenza – abitabile. Con un'atmosfera basata sull'ossigeno, una quantità significativa di acqua dolce e campioni di terreno adatti alla crescita di piante. Il risveglio degli ibernati è previsto dopo trecentouno anni dalla partenza della navicella spaziale, ma Amy si risveglia dal sonno cinquant'anni prima dell'arrivo su Terra – Centauri.
Il luogo che la circonda non le è famigliare: sulla Godspeed non vi è alcuna religione, tutti parlano la stessa lingua, appartengono tutti alla stessa etnia. Tutti sono uguali, senza alcuna differenza. La nave non ha bisogno di un capitano: la rotta è stata stabilita secoli prima e la nave è stata progettata per operare senza bisogno dell'intervento umano. Ma mentre la nave non ha bisogno di una guida, le persone che vi abitano sì. Per questo esiste un leader. Una persona, nata prima di tutte le persone che dovrà guidare, che agisca come patriarca e comandante di tutti coloro che sono più giovani di lui. Elder – il ragazzo che aiuta Amy a inserirsi sulla Goodspeed - è il futuro leader della navicella, che eviterà la discordia e che si occuperà del benessere di ogni persona vivente sulla nave.
Amy non è stata rianimata nel modo giusto. Le sue cellule non possono essere scongelate e poi ricongelate. Vi è il rischio che il corpo si deteriori con rianimazioni multiple e che si arrivi alla morte. Non può essere ribernata e i suoi genitori sono indispensabili nei primi stadi di sviluppo di Terra - Centauri, quindi non possono essere rianimate prima dell'arrivo. Amy è costretta ad inserirsi nella "nuova società" dove le persone si comportano in modo strano. Indifferenti, apatiche, vuote. Dei robot senza cervello. Inoltre dovrà anche fare i conti con una minaccia sempre più insistente. Qualcuno ha preso di mira gli ibernati presenti nella parte più inferiore della nave, rianimandoli lasciandoli morire nel liquido che li circonda. Qualcuno ha scoperto la loro esistenza ed è intenzionato a sbarazzarsene per un motivo ben preciso. Ma chi sarà stato? E di Elder, il ragazzo buono e dolce che cattura l'attenzione di Amy, ci si può fidare?
Un romanzo accattivante e avvincente che travolge il lettore come un fiume in piena. Le ambientazioni, i personaggi e le vicende sono narrate in modo impaccabile. L'atmosfera è coinvolgente e ricca di suspense
. Prima di leggere il romanzo ho letto molte recensioni e commenti sul volume. Alcuni positivi altri no. Alcuni sostenevano di aver capito fin dall'inizio chi ci fosse dietro alla morte degli ibernati, io – e sarò sincerissima – sospettavo, ma non ne avevo la totale certezza, e questo mi ha fatto apprezzare ancora di più il romanzo.
Across the universe è originale, non avevo mai letto un libro simile, e al tempo stesso dolce ed emozionante. I momenti dedicati a Amy e Elder sono toccanti e ricchi di sentimenti. L'unica pecca - che tra l'altro non dipende da romanzo – è l'intenzione della casa editrice di non pubblicare il seguito, essendo questo il primo volume di una trilogia. Ma chi l'ha letto e l'ha apprezzato, giungerà alla mia stessa conclusione: pur non "essendoci un seguito" il libro può essere considerato autoconclusivo e il lettore è libero di viaggiare con la mente ed immaginare il finale che desidera. Il finale descritto nelle ultime pagine è spettacolare!!
Che altro dire? Bellissimo. Mi è piaciuto tantissimo. L'autrice è stata molto creativa nel creare questo mondo immaginario, lasciandoci l'idea di un futuro alternativo che sicuramente non vivremo mai se non nella nostra fantasia. :)
Non sono sicuro di come accade, ma lei fa un passo avanti e anch’io e a quel
punto ci ritroviamo troppo, troppo vicini.
E non c’è niente tra noi a parte la pioggia.
Poi non c’è neppure quella.
Le mie labbra si fondono con le sue.
Una goccia di pioggia scivola intorno all’angolo
della mia bocca
e a quel punto le sue labbra si aprono e anche le mie.
La goccia mi
cade sulla lingua e poi si perde sulla sua.
Sono fradicio: dovrei avere freddo, ma il calore di Amy mi inonda.
Le mie braccia scivolano intorno al suo corpo, attirandola con forza contro di me.
Buon giorno! Come state? Il freddo inizia a farsi sentire. Da me hanno messo neve oggi, speriamo di no. Qua ci mettono una vita a liberare le strada. Comunque rieccomi sul blog per il secondo appuntamento con la rubrica Manie Libresche. Rubrica volta a contenere tutte quelle frasi o dialoghi che mi hanno colpita durante la lettura.
Come secondo appuntamento ho deciso di inserire delle frasi dal romanzo Delirium, primo volume della trilogia di Lauren Oliver. Mi consolo con il primo aspettando con ansia il terzo, appena prenotato. :)
IL LIBRO
Titolo: Delirium Autore: Lauren Oliver
Editore: Piemme
Nel futuro in cui vive Lena, l’amore è una malattia, causa presunta di guerre, follia e ribellione. È per questo che gli scienziati sottopongono tutti coloro che compiono diciotto anni a un’operazione che li priva della possibilità di innamorarsi. Lena non vede l’ora di essere “curata”, smettendo così di temere di ammalarsi e cominciare la vita serena che è stata decisa per lei. Ma mancano novantacinque giorni all’operazione e, mentre viene sottoposta a tutti gli esami necessari a Lena capita l’impensabile. Si infetta: si innamora di Alex. E questo sentimento è come ritornare a vivere, in una società di automi che non conosce passione, ma nemmeno affetto e comprensione, Lena scoprirà l’importanza di scegliere chi si vuole diventare e con chi si vuole passare il resto della propria vita.
LE FRASI
Sono
preoccupata. Dicono che ai vecchi tempi l’amore conduceva la gente
alla pazzia. Sarebbe già abbastanza terribile di suo, ma il Libro
di Sssh racconta
anche la storia di quelli che sono morti per aver perso l’amore o
per non averlo mai trovato: è questo ciò che mi terrorizza di più.
L’amore
è la più mortale tra tutte le cose mortali: ti uccide sia quando ce
l’hai che quando non ce l’hai.
Hana
si avvia per entrare nel laboratorio e poi si volta all’improvviso
e torna verso di me, con un’espressione folle e insolita in viso,
mi afferra per entrambe le spalle, mettendomi la bocca all’orecchio.
Sono talmente sorpresa che mi cade la cartellina. «Sai
che non puoi essere felice senza essere infelice ogni tanto, giusto?»
mi sussurra e la sua voce è rauca, come se avesse appena pianto.
«Cosa?»
Mi sta ficcando le unghie nelle spalle e mi spaventa profondamente.
«Non
puoi essere veramente felice se non sei infelice ogni tanto. Lo sai,
vero?»
A
volte mi sento come se ci fossero due me, una sulle spalle
dell’altra: la me di superficie, che annuisce quando ci si aspetta
che annuisca e dice quello che ci si aspetta che dica, e un’altra
parte, più profonda, la parte che si preoccupa e che sogna e
risponde «Grigio». La maggior parte del tempo si muovono in
sincrono e noto a malapena la sfasatura, ma a volte mi sembra di
essere due persone completamente diverse e sento che potrei
sdoppiarmi da un momento all’altro.
A
volte mi sembra che se soltanto guardi le cose, te ne stai seduto,
fermo, e lasci che il mondo scorra davanti a te, a volte giuro che
per un secondo sembra che il tempo si blocchi e il mondo interrompa
la sua rotazione. Soltanto per un secondo. E se in qualche modo
riesci a scoprire come vivere in quel secondo, allora potrai vivere
per sempre.
L’amore,
la più mortale tra le cose mortali: ti uccide sia quando ce l’hai
sia quando non ce l’hai.
Ma
non è esattamente così.
È
colui che condanna e il condannato; il giustiziere; la lama; la
sospensione di pena all’ultimo momento; il respiro affannoso; il
cielo infinito sopra di te e il «Grazie, grazie, grazie, Dio».
L’amore:
ti ucciderà e ti salverà.
Sono
alta un metro e cinquantotto e sono mediocre in tutti i sensi.
Però
ho un segreto. Potete costruire muri, su su fino al cielo e io
troverò il modo per superarli. Potete cercare di tenermi ferma con
centomila braccia, ma troverò il modo di resistere. E siamo in molti
là fuori, più di quanti pensiate. Gente che si rifiuta di smettere
di credere. Gente che si rifiuta di scendere dalle nuvole. Gente che
ama in un mondo senza muri, gente che ama fino a odiare, fino a
rifiutare, contro ogni speranza, e senza paura.
Ti
amo. Ricordatelo. Questo non possono portarcelo via.
Devo confidarvi che non ero molto convinta di continuare la saga. Il primo volume mi è piaciuto, ma letta l'ultima pagina penso che se avessi avuto l'autrice davanti, l'avrei aggredita!!!! Avrebbe dovuto sopportare uno sfogo isterico memorabile! :) Sapete, quando le cosa non vanno come voi vorreste e sapete di non poter cambiare le cose, vi innervosite, ci rimanete male ecc. Stessa cosa è successa a me. Forse per un romanzo la reazione è eccessiva direte, ma dopo aver letto Delirium, esseremi innamorata dei personaggi, aver vissuto con loro paure e gioie, credetemi reagire così è normale.
Sono da qualche giorno mi sto convincendo a continuare la saga e forse penso che sia anche giusto, non è bello lasciare le cose a metà. Ho ordinato il terzo e iniziato la lettura del secondo. Spero solo di non pentirmene in futuro :) Buona giornata ragazzi
Buongiorno a tutti, scusate se pubblico solo di mattina o pomeriggio, ma ho una chiavetta internet che devo condividere con mia mamma, quindi quando torna dal lavoro devo cedergliela :(
Questo sabato pubblico la mia ultima rubrica settimanale, Assaggi di lettura. Creata apposta per i lettori; per permette a tutti coloro che passano dal mio blog di farsi un'idea su un certo romanzo, leggendo l'incipit o il primo capitolo.
Come primo appuntamento ho deciso di inserire un romanzo che da un po' mi affascina e vorrei leggere, sebbene alcuni non ne parlano bene. Il volume si intitola Across the universe di Beth Revis pubblicato da Piemme il 9 Ottobre 2012.
Titolo: Across the Universe
Autore: Revis Beth
Editore: Piemme
Amy è una passeggera ibernata sulla navicella spaziale Godspeed. Ha lasciato il suo ragazzo e gli amici sulla Terra ed è partita con i genitori: si risveglieranno dopo trecento anni su un nuovo pianeta da colonizzare, Centauri. Ma qualcosa è andato storto: qualcuno ha cercato di ucciderla, risvegliandola dal suo sonno protetto. E così Amy si ritrova a dover passare senza la sua famiglia ancora cinquant'anni sull'enorme navicella spaziale, in balia di sconosciuti tra cui si nasconde un assassino che vuole scongelare tutti gli scienziati a bordo, compresi i suoi genitori. L'unico che sembra dalla sua parte è Elder, un ragazzo che presto diventerà il capo della navicella spaziale, e che per quanto sia potentemente attratto dalla sua singolare bellezza, cerca di proteggerla dal resto della comunità e dallo strapotere di Eldest, il capo. Ma Amy può davvero fidarsi di Elder? E quello che prova per lui la aiuterà, o sarà solo un ostacolo alla sua sopravvivenza sulla Godspeed?
BREVE ESTRATTO:
«Lascia andare mamma per prima» disse papà.
Mamma invece voleva mandare avanti me. Credo temesse che, non appena fossero
stati ibernati, io me ne sarei andata, sarei tornata alla mia vita invece di farmi relegare
in quella fredda cassa trasparente. Ma papà insistette.
«Amy deve vedere com’è. Vai tu per prima e lascia che guardi. Poi andrà lei e io le starò
accanto. Sarò io l’ultimo.»
Il succo del discorso comunque era che per venire ibernati bisognava essere nudi e
nessuno dei due voleva farsi vedere nudo da me (non che io facessi i salti di gioia
all’idea di vederli in tutta la loro gloria, che schifo!) ma, potendo scegliere, era meglio
che andasse mamma per prima, dato che abbiamo le stesse parti del corpo eccetera
eccetera.
Mamma era tutta pelle e ossa, senza vestiti. Le sue clavicole erano più sporgenti che
mai; la pelle aveva quell’aspetto secco, da carta di riso, che ha la pelle dei vecchi. La
pancia, una parte che teneva sempre ben nascosta sotto gli abiti, era incavata e aveva
tante piccole rughe flosce che la facevano sembrare ancora più debole e vulnerabile.
Gli uomini che lavoravano nel laboratorio non sembravano affatto interessati alla
nudità di mamma ed erano altrettanto indifferenti alla presenza mia e di mio padre.
La aiutarono a sdraiarsi nella cassa criogenica. Il contenitore trasparente ricordava
tanto una bara, solo che le bare hanno i cuscini e sono molto più comode. Questa
sembrava più una scatola per le scarpe.
«Fa freddo» disse mamma. La sua pelle pallida premeva contro il fondo della cassa.
«Tra poco non lo sentirà più» borbottò uno dei tecnici. Sulla targhetta che portava sul
camice c’era scritto Ed.
Distolsi lo sguardo quando l’altro tecnico, Hassan, infilò gli aghi da endovenosa nella
pelle di mamma, uno sul braccio sinistro all’interno del gomito, un altro nella mano
destra in quella grossa vena che aveva tra le nocche.
«Si rilassi» disse Ed. Era un ordine, non un cortese suggerimento.
Mamma si morse il labbro.
La sostanza nella sacca dell’endovenosa non scendeva fluida come l’acqua, ma colava
lentamente come miele, tanto che Hassan dovette strizzare la sacca per farla passare
più in fretta nei tubi. Era color azzurro cielo, come i fiordalisi che Jason mi aveva
regalato per il ballo scolastico.
Mamma emise un sibilo di dolore. Ed tolse la pinza di plastica gialla che bloccava il
tubo dell’endovenosa nell’incavo del gomito e un fiotto di sangue rosso vivo schizzò al
suo interno, riversandosi nella sacca vuota. Gli occhi di mamma si velarono di
lacrime. L’altra sacca luccicava di gelatina azzurra; sembrava che una piccola scintilla
di cielo brillasse nelle vene di mamma.
«Dobbiamo aspettare che arrivi al cuore» disse Ed, lanciandoci un’occhiata. Papà serrò
i pugni, gli occhi fissi su mamma. Lei li teneva chiusi, stretti stretti, con due grosse
lacrime che le dondolavano dalle ciglia.
Hassan strizzò di nuovo la sacca di gelatina azzurra. Un rivolo di sangue sgocciolò
dalla bocca di mamma nel punto in cui si stava mordendo il labbro.
«È grazie a questa roba azzurra che iberniamo la gente senza problemi.» Ed parlava in
tono colloquiale, come un panettiere che spiega come il lievito fa crescere il pane.
«Senza di essa nelle cellule si formerebbero dei piccoli cristalli di ghiaccio e le pareti
cellulari si romperebbero. Questa roba invece rende le pareti cellulari più forti. Così il
ghiaccio non le rompe.» Guardò verso mamma. «Ma fa un male cane quando ti entra
dentro.»
Mamma era bianca come un cencio e giaceva nella cassa completamente immobile,
come se muovendosi potesse infrangersi in mille pezzi. Sembrava già morta.
«Volevo che tu vedessi tutto questo» sussurrò papà. Non mi guardò: stava ancora
fissando mamma. Non batté neppure ciglio.
«Perché?»
«Così ora sai cosa ti aspetta.»
Hassan continuava a spremere la sacca. Gli occhi di mamma si rovesciarono per
qualche istante e pensai che fosse svenuta, ma non era così.
«Ci siamo quasi» disse Ed, guardando la sacca col sangue di mamma. Il flusso si era
rallentato.
L’unico suono nella stanza era il respiro pesante di Hassan che schiacciava i lati della
sacca di gelatina azzurra. E un gemito, debole come quello di un gattino morente, che
proveniva da mamma.
Un fioco bagliore azzurro brillò nel tubo collegato al gomito di mamma.
«Okay, fermati ora» disse Ed. «Ce l’ha tutto nel sangue.»
Hassan tirò fuori l’ago. Mamma si lasciò sfuggire un lamento spezzato.
Papà mi tirò più avanti. Guardare dentro la cassa mi ricordò quando avevo guardato la
nonna nella sua bara l’anno prima in chiesa, il giorno in cui l’avevamo salutata per
l’ultima volta e mamma aveva detto che era in un posto migliore, ma in realtà voleva
solo dire che era morta.
«Com’è?» domandai.
«Non male» mentì lei. Almeno poteva ancora parlare.
«Posso toccarla?» chiesi a Ed. Lui scrollò le spalle, così allungai la mano e le strinsi le
dita della mano sinistra. Erano già fredde come il ghiaccio. Lei non ricambiò la stretta.
«Possiamo andare avanti?» domandò Ed, scuotendo un grosso contagocce che aveva
in mano.
Io e papà indietreggiammo, ma non tanto che mamma potesse pensare che l’avevamo
lasciata da sola in quella gelida bara. Ed le aprì gli occhi. Aveva dita grosse e callose
che sembravano ruvidi ciocchi di legno contro le palpebre sottili di mamma. Una
goccia di liquido giallo cadde in ciascun occhio verde. Ed fu sbrigativo, plin plin, poi
praticamente le chiuse gli occhi a forza.
Lei non li riaprì.
Dovevo avere una faccia stravolta, perché quando Ed mi guardò interruppe per un
istante la sua routine per rivolgermi un sorriso di conforto. «Le impediscono di
diventare cieca» spiegò.
«Va tutto bene» disse mamma dalla sua gelida scatola per le scarpe. Anche se aveva gli
occhi chiusi, sentii le lacrime nella sua voce.
«I tubi» disse Ed, e Hassan gli passò tre tubi di plastica trasparente. «Allora, senta.» Ed
si chinò sul viso di mamma. «Ora le metterò questi tubi giù per la gola. Non sarà
piacevole. Cerchi di fare come se dovesse inghiottirli.»
Mamma annuì e aprì la bocca. Ed le ficcò i tubi in gola. Mamma ebbe un conato di
vomito, un movimento violento che le partì dalla pancia e si fece strada fino alle
labbra secche e screpolate.
Guardai verso papà. Aveva un’espressione fredda e dura.
Passò molto tempo prima che mamma tornasse immobile e silenziosa. Continuò a
tentare di inghiottire finché i muscoli del suo collo non si adattarono ai tubi. Ed infilò
l’altra estremità di ciascun tubo in un buco nella parte superiore della bara, vicino alla
testa di mamma. Poi Hassan aprì un cassetto e tirò fuori un mucchio di fili elettrici
tutti intrecciati. Ficcò una matassa di fili colorati all’interno del primo tubo, un lungo
cavo nero con una scatoletta a un’estremità nel secondo e alla fine un rettangolino di
plastica nera che sembrava un pannello solare connesso a un cavo a fibra ottica
nell’ultimo. Poi collegò tutti i fili a una scatolina bianca che Ed fissò sopra il buco in
cima a quella che – mi resi conto in quel momento – alla fin fine non era altro che
un’elaborata cassa di imballaggio.
«Salutala adesso.» Alzai lo sguardo, sorpresa dalla gentilezza di quella voce. Ed,
impegnato a immettere qualcosa nel computer, ci voltava le spalle: aveva parlato
Hassan. Mi fece un cenno d’incoraggiamento con la testa.
Papà dovette tirarmi per un braccio per farmi avvicinare a mamma. Non era... non era
quella l’ultima immagine di lei che volevo. Gli occhi incrostati di giallo, tubi pieni di
fili ficcati in gola, un liquido azzurro che le scorreva nelle vene. Papà la baciò e
mamma abbozzò un sorriso intorno ai tubi. Le toccai una spalla. Era gelida. Lei mi
gorgogliò qualcosa e io mi chinai su di lei. Tre suoni, tre grugniti in realtà. Le strinsi il
braccio. Sapevo che quello che stava tentando di dirmi era: «Ti voglio bene».
«Mammina» sussurrai, accarezzandole la pelle sottile come carta. Era da quando
avevo sette anni che non la chiamavo più così.
«Va bene, è ora» disse Ed. Papà mi posò la mano sul braccio e cercò di tirarmi via con
delicatezza. Io mi liberai con uno strattone. Lui allora cambiò tattica e mi prese per
una spalla, facendomi voltare verso il suo petto duro e muscoloso e abbracciandomi
stretta, e questa volta non opposi resistenza.
Ed e Hassan sollevarono quella che sembrava la versione ospedaliera di una bocchetta
antincendio e un fiotto d’acqua punteggiata da scintille azzurro cielo riempì la scatola
per le scarpe. Mamma tentò di tossire quando le entrò nel naso.
«Respiri normalmente» le gridò Ed sopra il rumore dell’acqua. «Si rilassi.»
Un ammasso di bollicine si sollevò nell’acqua azzurra, oscurandole il viso. Lei scosse la
testa, come per negare all’acqua la possibilità di affogarla, ma un istante dopo si arrese.
Il liquido la ricoprì. Ed chiuse la bocchetta e le onde svanirono. L’acqua era immobile.
Lei era immobile.
Ed e Hassan calarono il coperchio della bara su mamma. Poi spinsero la cassa verso la
parete di fondo e solo quando la chiusero dietro uno sportellino nella parete notai
tutti gli altri sportellini in quella stessa parete, come in un obitorio. Abbassarono la
maniglia. Uno sbuffo bianco sfuggì dal portello: il processo di congelamento rapido
era finito. Un secondo prima mamma era lì e un secondo dopo di lei non restava che
un involucro gelido e immobile. Sarebbe stata come morta per i prossimi trecento
anni, finché qualcuno non avesse aperto quello sportellino e l’avesse svegliata.
«Tocca alla ragazza ora?» chiese Ed.
Feci un passo avanti, stringendo le mani a pugno per non far vedere che tremavano.
«No» disse papà.
Ma, senza aspettare la sua risposta, Ed e Hassan stavano già preparando un’altra
scatola per le scarpe. Non gli importava a chi toccasse: stavano solo facendo il loro
lavoro.
«Come?» chiesi a papà.
«Sarò io il prossimo. Tua madre non sarebbe d’accordo... Temeva che ti saresti tirata
indietro all’ultimo momento, che avresti deciso di non venire con noi. Be’, io ti sto
dando questa possibilità. Ora andrò io. Poi, se deciderai di rinunciare, di non essere
ibernata, a me sta bene. L’ho detto ai tuoi zii. Ti stanno aspettando fuori: saranno lì
fino alle cinque. Dopo che mi avranno ibernato, potrai semplicemente andartene. Io e
mamma non lo sapremo per secoli, finché non ci sveglieranno, e, se tu deciderai di
vivere invece di farti ibernare, a noi non dispiacerà.»
«Ma papà, io...»
«No. Non è giusto che ti costringiamo a farlo facendo leva sul senso di colpa. Sarà più
facile per te prendere una decisione senza doverci guardare in faccia.»
«Ma te l’ho promesso. E l’ho promesso a mamma...» La voce mi si spezzò. Mi
bruciavano gli occhi e li strinsi per un istante. Due grosse lacrime mi colarono lungo
le guance.
«Non ha importanza. È una promessa troppo grossa, che non possiamo costringerti a
mantenere. Tu devi prendere questa decisione da sola... Se vuoi restare qui, lo capisco.
Ti sto dando una via d’uscita.»
«Ma tu non gli servi! Potresti restare qui con me! Non sei importante per la missione...
Sei un militare, porca miseria! A cosa potrebbe servire un analista militare su un
nuovo pianeta? Potresti restare qui, potresti stare...»
Papà scosse la testa.
«...con me» sussurrai, ma era inutile insistere. Aveva già deciso. E poi quello che avevo
detto non era vero. Papà era il sesto nella linea di comando e, anche se questo non
faceva esattamente di lui il comandante in capo, era comunque piuttosto in alto nella
scala gerarchica. Anche mamma era importante: nessuno era più bravo di lei nella
manipolazione genetica ed era indispensabile per creare piante in grado di crescere su
un nuovo pianeta.
Io ero l’unica che non serviva a niente.
Papà andò dietro la tenda per spogliarsi e, quando ne uscì, Ed e Hassan gli lasciarono
usare un asciugamano per coprirsi mentre andava verso la camera di ibernazione.
Glielo tolsero quando si sdraiò e io mi costrinsi a fissare il suo viso per non mettere in
imbarazzo entrambi. Ma il suo volto irradiava dolore, un’espressione che non gli avevo
mai visto prima. Lo stomaco mi si contorse in preda alla paura e al dubbio.
Guardai Ed e Hassan inserirgli le due endovenose. Li guardai sigillargli gli occhi.
Tentai di ritrarmi in me stessa, di mettere a tacere il grido di orrore che mi echeggiava
nella testa e di restare dritta, con la schiena trasformata in acciaio e il viso in pietra.
Poi papà mi strinse la mano, una volta sola, con forza, mentre gli ficcavano i tubi in
gola, e io crollai, dentro e fuori.
Prima che riempissero la sua cassa con il liquido screziato d’azzurro, papà sollevò la
mano con il mignolo teso. Io glielo strinsi con il mio. Sapevo che con quel gesto mi
stava promettendo che sarebbe andato tutto bene. E io quasi gli credetti.
Piansi così forte quando riempirono la sua camera d’ibernazione che non riuscii a
vedere il suo viso mentre veniva inondato dal liquido. Poi calarono il coperchio, lo
chiusero nella sua cella d’obitorio e uno sbuffo bianco sfuggì dalle fessure dello
sportelletto.
«Posso vederlo?» chiesi.
Ed e Hassan si scambiarono uno sguardo. Hassan si strinse nelle spalle. Ed tirò di
nuovo la leva dello sportello ed estrasse la bara trasparente.
E lì c’era papà. Il liquido semitrasparente si era solidificato col gelo e io sapevo che lo
stesso era accaduto a papà. Posai una mano sul vetro, sperando che ci fosse un modo
per sentire il suo calore attraverso tutto quel ghiaccio, ma dovetti ritrarla
immediatamente. Il vetro era così freddo che scottava. C’erano delle lucine verdi che
brillavano sulla piccola scatola elettrica che Hassan aveva fissato sopra il criotubo di
papà.
Non sembrava papà quello sotto il ghiaccio.
«Allora» disse Ed «hai deciso di farlo o vuoi lasciare la festa prima che cominci?» E
spinse nuovamente la bara di papà nel suo alloggiamento nella parete.
Quando alzai lo sguardo verso Ed i miei occhi erano così fradici di lacrime che il suo
viso mi sembrò liquefatto, con un occhio solo come quello di Ciclope. «Io...»
Il mio sguardo saettò verso l’uscita dall’altra parte della stanza, oltre tutti gli apparati
criogenici. Dietro quella porta c’erano i miei zii, a cui volevo molto bene e con i quali
sarei stata felice di vivere. E fuori c’era Jason. E Rebecca, Heather, Robyn e tutti i miei
amici. E le montagne, i fiori, il cielo. La Terra. Oltre quella porta c’era la Terra. E la
vita.
Ma i miei occhi tornarono a posarsi sugli sportelli nella parete. Dietro quei
rettangolini c’erano mamma e papà.
Piansi mentre mi spogliavo. Il primo ragazzo che mi aveva vista nuda era stato Jason, e
solo una volta, la sera in cui avevo scoperto che avrei abbandonato tutto, e quel tutto
includeva lui.
Non mi piaceva l’idea che le ultime persone a vedermi nuda su questo pianeta fossero
Ed e Hassan. Tentai di coprirmi con le braccia e le mani, ma i due tecnici me le fecero
spostare per poter infilare le endovenose.
E, oddio, era peggio di quello che mamma mi aveva fatto credere. Oh, Dio, Dio. Era
freddo e bruciava allo stesso tempo. Sentivo i muscoli che si tendevano mentre quella
robaccia azzurra entrava nel mio corpo. Il mio cuore voleva battere, martellare
all’impazzata contro la gabbia toracica come un amante che bussa alla porta, ma quella
roba azzurra lo costringeva a fare il contrario, a raaallleeentare... così invece di
batterebatterebattere, batteva... batteva...
...batteva...
...
...
...batteva...
...
Ed mi spalancò le palpebre. Plop! Il liquido giallo mi riempì gli occhi, sigillandoli
come fosse colla. Plop!
Ero cieca adesso.
Uno di loro, forse Hassan, mi diede un colpetto sul mento e io aprii la bocca,
obbediente. Ma non abbastanza: i tubi mi urtarono contro i denti. La aprii di più.
E poi mi spinsero i tubi in gola, con forza. Non erano tanto flessibili quanto
sembravano a prima vista: era come avere un manico di scopa oliato ficcato in bocca.
Ebbi un conato di vomito, e poi un altro ancora. Il sapore della bile e del sangue si
mescolò a quello di plastica dei tubi.
«Ingoia!» mi gridò Ed nell’orecchio. «Rilassati!»
Facile per lui dirlo.
Pochi istanti dopo aver ingoiato i tubi, sentii un formicolio nello stomaco. Sentii i fili
dentro di me che venivano tirati mentre Hassan fissava la piccola scatola nera fuori
dalla mia bara.
Un fruscio. Il bocchettone del liquido azzurro.
«Non capisco come una persona possa accettare di farsi fare una cosa del genere»
disse Hassan.
Silenzio.
Un suono metallico... il bocchettone che veniva aperto. Un liquido freddo, gelido, che
mi spruzzava le cosce. Volevo muovere le mani per coprirmi in quel punto, ma il mio
corpo era lento a rispondere.
«Bah, chissà...» disse Ed. «Le cose non sono esattamente tutte rose e fiori da queste
parti. Niente è più andato bene dopo la prima recessione, per non parlare poi di quello
che è successo dopo la seconda. La Borsa Risorse Finanziarie avrebbe dovuto creare
nuovi posti di lavoro, o almeno così avevano detto... Invece io non ho nient’altro a
parte questo lavoro di merda e anche questo finirà quando saranno tutti ibernati.»
Ancora silenzio. Il crioliquido ora mi stava bagnando le ginocchia e si insinuava
gelido nei posti del mio corpo che prima erano caldi... la piega del ginocchio, sotto le
braccia, sotto il seno.
«Non vale la pena rinunciare alla tua vita, almeno non per quello che offrono.»
Ed sbuffò. «E cosa offrono poi? Lo stipendio di una vita, tutto in una volta.»
«Ma non vale un fico secco su una nave che non atterrerà prima di trecentouno anni.»
Il mio cuore mancò un battito. Trecento e uno? No, è sbagliato. Sono trecento anni
esatti. Non trecento e uno.
«Tutto quel denaro di sicuro può aiutare una famiglia. Potrebbe fare la differenza.»
«Quale differenza?» chiese Hassan.
«La differenza tra sopravvivere e morire. Non è più come quando eravamo piccoli. Il
presidente può dire quello che gli pare, ma la sua Legge Finanziaria non ce la farà a
riappianare il debito pubblico che ci ritroviamo.»
Ma di cosa vanno blaterando? Chissenefrega del debito nazionale e dei posti di lavoro!
Tornate a quell’anno in più!
«Uno ha il tempo di pensarci, a ogni modo» continuò Ed. «Di considerare varie
possibilità. Perché hanno ritardato di nuovo il lancio?»
Il crioliquido mi schizzò contro le orecchie mentre la bara si riempiva: sollevai la
tesa. Ritardato? Come ritardato? Tentai di parlare, ma i tubi mi riempivano
completamente la bocca, mi premevano contro la lingua, soffocavano le mie parole.
«Non ne ho idea. Qualcosa riguardo al carburante e ai dati inviati dalle sonde. Ma
perché ci fanno congelare tutti ugualmente come da programma?»
Il crioliquido stava salendo rapidamente. Voltai la testa in modo che l’orecchio destro
potesse continuare a cogliere la loro conversazione.
«E a chi importa?» disse Ed. «Di certo non a loro: dormiranno per tutto il tempo.
Dicono che la nave impiegherà trecento anni solo per arrivare all’altro pianeta... Che
differenza fa un anno in più?»
Tentai di mettermi a sedere. Mi sentivo i muscoli duri, lenti, ma mi sforzai il più
possibile. Tentai di nuovo di parlare, di emettere un suono, un suono qualsiasi, ma il
crioliquido mi stava schizzando sul viso.
«Rilassati!» mi gridò Ed praticamente in faccia.
Scossi la testa. Dio, ma non se ne rendevano conto? Un anno faceva un sacco di
differenza! Era un anno in più da passare con Jason, un anno in più da vivere! Mi ero
impegnata per trecento anni... non per trecento anni e uno!
Mani gentili – quelle di Hassan? – mi spinsero sotto il crioliquido. Trattenni il fiato.
Tentai di nuovo di alzarmi. Volevo il mio anno! Il mio ultimo anno... un altro anno!
«Respira nel liquido!» La voce di Ed era soffocata, quasi incomprensibile attraverso il
crioliquido. Tentai di scuotere la testa, ma mentre i muscoli del mio collo si tendevano
i miei polmoni si ribellarono e il freddo, gelido liquido mi entrò a fiotti nel naso, dalla
bocca intorno ai tubi e nel corpo. Sentii l’irrevocabilità del coperchio che mi
intrappolava nella mia bara da Biancaneve.
Mentre uno di loro spingeva all’altezza dei miei piedi, facendomi scivolare nella mia
cella d’obitorio, immaginai che il Principe Azzurro fosse subito dietro il mio
sportellino, che sarebbe arrivato davvero e mi avrebbe svegliato con un bacio e
avremmo potuto stare insieme per un anno intero.
Ci fu un clic clic grr di ingranaggi e capii che il processo di ibernazione rapida sarebbe
cominciato dopo pochissimi secondi e a quel punto la mia vita non sarebbe stata altro
che uno sbuffo bianco che sfuggiva dalle fessure del mio sportello.
E pensai: Almeno dormirò. Dimenticherò qualunque altra cosa, per trecentouno anni.
E poi pensai: Sarà bello.
E poi whoosh! il getto del congelamento rapido riempì la minuscola camera. Ero nel
ghiaccio. Ero ghiaccio.
Sono ghiaccio.
Ma, se sono ghiaccio, com’è possibile che sia cosciente? Dovrei essere addormentata;
dovrei dimenticare Jason, la vita, la Terra, per trecento anni... e uno. Altri sono stati
ibernati prima di me e nessuno era cosciente. La mente è congelata: non può essere
sveglia e non può pensare.
Ho letto di persone in coma che avrebbero dovuto perdere conoscenza grazie
all’anestesia durante un’operazione, ma che in realtà erano sveglie e sentivano tutto.
Spero, prego, che non sia capitato anche a me. Non posso restare sveglia per
trecentouno anni. Non ce la farei mai a sopravvivere.
Magari ora sto sognando. Ho sognato un’intera vita in un pisolino di mezz’ora. Magari
sono ancora in quell’istante tra l’ibernato e il non, e questo è solo un sogno. Magari
non abbiamo ancora lasciato la Terra. Magari sono ancora in quell’anno di limbo
prima che la nave parta e sono intrappolata in un sogno da cui non riesco a
svegliarmi.
Magari ho ancora trecentouno anni davanti a me.
Magari non sono ancora addormentata. Non del tutto, almeno.
Magari, magari, magari...
So solo una cosa per certo.
Rivoglio indietro il mio anno.
Di questo romanzo adoro la copertina, la trovo bellissima. Speriamo che il libro sia altrettanto bello! Fatemi sapere se l'avete letto e se vi è piaciuto :D Io ho intenzione di leggerlo a breve, tanto per togliermi lo sfizio. è da mesi che il titolo occupa i mille post-it sparsi sulla mia scrivania.
Più tardi pubblicherò le trame di alcuni romanzi in uscita a breve, ma colgo l'occasione adesso per augurarvi una buona giornata. Ciao Ciao